Alternative Caserta

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Siamo nuovamente davanti a un album che significa tantissimo per me. I Bathory, posso dirlo tranquillamente, sono il mio secondo gruppo preferito, subito dopo i Blind Guardian, e nella cura che Quorthon metteva nella scrittura dei testi e nella loro profondità trovo un’ispirazione enorme. Non a caso mi sono tatuato il caprone dei Bathory sulla spalla.

Per i Bathory questo è un passaggio importantissimo. Hammerheart è probabilmente uno dei dischi fondamentali per la nascita del Viking Metal e i Bathory riescono qui a dargli una forma straordinariamente personale. La trasformazione, già iniziata con Blood Fire Death, diventa praticamente completa.

Fin dalla prima traccia si susseguono immagini e sensazioni diverse: salpare per mare con i vichinghi, attraversare le terre del Nord, assistere alla nascita di un figlio, confrontarsi con la morte, la guerra, la religione e con un mondo destinato a scomparire.

La copertina di Hammerheart è tratta da The Funeral of a Viking, quadro del 1893 del pittore inglese Sir Frank Dicksee, e non è quindi un’illustrazione commissionata appositamente ai Bathory. Difficile immaginare un’immagine migliore per entrare nel disco: non storia in senso stretto, ma mito; non una ricostruzione filologica del passato, ma un mondo lontano, immaginato e trasformato in qualcosa di enorme, epico e malinconico.

Un’altra chicca bellissima è una frase presente nel libretto dell’edizione dell’album che ho a casa:

<<A furore Normannorum libera nos, Domine. Summa pia gratia nostra conservando corpora et custodia, de gente fera Normannica nos libera, quae nostra vastat, Deus, regna>>

<<Dalla furia degli uomini del Nord liberaci, o Signore. O somma e santa Grazia, proteggi i nostri corpi e liberaci, o Dio, dalla feroce gente dei Normanni, che devasta i nostri regni>>

In pratica, una preghiera contro le incursioni degli uomini del Nord. Anche questo piccolo dettaglio contribuisce a costruire l’immaginario di Hammerheart: i vichinghi non vengono semplicemente raccontati, ma quasi evocati attraverso gli occhi di chi li vedeva arrivare e ne aveva paura.

Musicalmente Hammerheart rappresenta una fortissima evoluzione verso quella componente epica che diventerà fondamentale nella storia dei Bathory. Le composizioni si allungano, i ritmi rallentano e lasciano molto più spazio all’atmosfera. La chitarra rimane graffiante e cattiva, conservando qualcosa della ferocia degli album più black; la voce di Quorthon in alcuni momenti diventa più pulita ed evocativa, per poi tornare cupa e aggressiva. La batteria, quando serve, colpisce in maniera violenta e quasi marziale.

Shores in Flames, già dall’inizio, rende chiarissimo che qualcosa è cambiato: più che una semplice canzone sembra quasi l’inizio di un viaggio. È proprio questa secondo me una delle caratteristiche più belle dell’album: molti brani non sembrano voler raccontare soltanto una storia, ma trascinarti fisicamente dentro quel mondo.

Sono tutti brani davvero belli, ma mi sento di suggerire Father to Son per la profondità del testo, che racconta l’orgoglio e le sensazioni di un padre che vede nascere il proprio figlio e sente che la sua vita, in qualche modo, potrà continuare attraverso di lui.

One Rode to Asa Bay è probabilmente il brano più famoso dell’album: lunghissimo, epico, con un assolo fantastico e un testo incentrato sulla cristianizzazione della Scandinavia. Qui il tono diventa quasi quello di un racconto sulla fine di un mondo: l’arrivo della nuova religione viene osservato dalla parte di chi sente che le proprie tradizioni e i propri dèi stanno per essere spazzati via.

<<People of Asa Land, it’s only just begun>>

Ed è forse proprio questo che rende Hammerheart ancora così affascinante a distanza di decenni. Non è semplicemente un disco metal che parla di vichinghi: costruisce un mondo, con i suoi paesaggi, i suoi miti, la sua violenza, la sua spiritualità e soprattutto la malinconia per qualcosa che sta scomparendo.

Un album bellissimo, che non dovrebbe mancare nella libreria di un amante del genere.

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