Alternative Caserta

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Adesso cominciamo a divertirci con questa recensione. Non so se ve l’ho già detto, ma ho una collezione imbarazzante di quasi 300 CD (quindi ho materiale da scrivervi per anni) e alcuni di questi dischi non ho mai trovato nessun amico, anche metallaro, con cui condividerli.

I Cirith Ungol sono un esempio perfetto. Non ho mai trovato un amico che mi abbia detto, o con il quale abbia condiviso, di apprezzare il gruppo. Ma a me fanno impazzire, e probabilmente è proprio il loro sound così ruvido e sgraziato a renderli unici e particolari.

Senza parlare dei continui riferimenti alla saga di Elric di Melniboné di Michael Moorcock, una serie di libri che custodisco gelosamente e che, anche in questo caso, ho stranamente trovato poca gente con cui condividere questa passione.

Ma passiamo all’album. La copertina dà immediatamente una sensazione fantastica: è infatti opera di Michael Whelan, uno dei grandi illustratori fantasy e fantascientifici americani, e non nacque per i Cirith Ungol. È un’illustrazione realizzata per The Bane of the Black Sword, appartenente alla saga di Elric di Melniboné.

La copertina sembra immergerti immediatamente in un mondo fantasy, ma anche oscuro, doom e decadente: la stessa sensazione che trasmette la loro musica. La chitarra di Jerry Fogle ha una distorsione così particolare da sembrare, a tratti, quasi un sintetizzatore; poi arriva la voce di Baker, così caratteristica e graffiante da risultare quasi impossibile da confondere con quella di qualsiasi altro gruppo.

All’interno della ristampa che ho a casa c’è anche una dedica proprio a Jerry Fogle, che lasciò la band nel 1987 e morì nel 1998.

Forse è proprio questa atmosfera decadente e fantastica a farmeli amare così tanto: ascoltando King of the Dead ho sempre la sensazione di trovarmi nello stesso mondo raffigurato sulla copertina.

Se amate questo tipo di heavy metal epico e fortemente evocativo, potete recuperare anche la nostra recensione di Bathory – Hammerheart.

Vi suggerisco ovviamente due brani.

King of the Dead è il cuore oscuro dell’album: lenta, pesante, quasi rituale, costruisce un’atmosfera soffocante che sembra arrivare direttamente da un racconto sword & sorcery. La voce di Tim Baker rende tutto ancora più inquietante, mentre le chitarre procedono con un’epicità ruvida e decadente. È probabilmente il brano che meglio riassume l’identità dei Cirith Ungol: imperfetti, estremi e completamente fuori dal tempo.

Cirith Ungol chiude il disco con un tono più solenne e tragico, quasi come se l’intero album convergesse verso questo finale. Le chitarre di Jerry Fogle acquistano qui un peso particolare e il lungo sviluppo conclusivo lascia una sensazione di rovina e grandezza. È un brano meno immediato di altri, ma proprio per questo cresce ascolto dopo ascolto, fino a diventare uno dei momenti più evocativi del disco.

Lo trovo un album altamente evocativo e con uno stile molto originale. Vi consiglio di provarlo.

Marcello

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